Nelle sale dal: 2014
Voto 8
Recensione di: Stefano Priori
L’aggettivo ideale: Creativo
Già dai primi suoi frame, ‘Under the Skin’, un film di Jonathan Glazer, appare molto complesso. Il gioco di luci ed ombre è forte e interessante, ma non aiuta a districarsi dal senso che il regista vuole dare alle scene del film stesso. Nulla appare scontato, ma neppure troppo verosimile. Il motociclista che scompare per riapparire con un corpo di una donna sulle spalle che sembra morta, non da’ ad intendere il senso, nè esplicita significati ridefinibili. Sembra che il direttore della fotografia generi lui, un vero senso di comprensione che tuttavia è solo formale, fatto di ombre e luci, luci ed ombre, davvero interessanti. Scarlett Johansson, è molto brava ed è veramente bella. Il suo sorriso è ciò che ci colpisce maggiormente per quasi tre quarti del film. Dal punto di vista delle dinamiche emotive che la accompagnano è proprio la direzione della fotografia che genera in lei un surplus di attenzione. Le scene della discoteca sono forti ed evocative ma escono dal contesto del film, non per la bellezza ma per un mancato nesso ideologico. La protagonista ripete in brevi e poche scene, dati che risultano consueti e ripetitivi.
Lei va in cerca di uomini e dopo averli adescati con dialoghi ben calibrati ed attendibili, li lascia alle sue spalle, come a lasciare intendere chiaramente la loro fine oggettiva, ovvero la morte. Morte che non si palesa, così come non si palesa il nome di lei e da dove venga. La rappresentazione scenica della morte dei personaggi adescati è di alto livello e vede la Scarlett svertirsi di spalle, nella parte superiore restando con un paio di jeans chiari che ne mostrano le forme, per poi una volta inabissati gli uomini, ritornare sui suoi passi e rivestirsi. È una scena altamente fredda e toccante. La scelta di regia tenuta però fino alla fine del film, nel non dare un nome a quel volto, se non quello apparente ‘della protagonista’, ha un senso compiuto un po’ fragile. Ancora una volta è la fotografia a vincere e a noi sta bene così, tanto che vorremmo che il film rappresentasse il solo volto sul furgone in maniera totale, della protagonista.
Il film ci è piaciuto per le scelte stilistiche, ma non ci ha convinto il finale con i suoi rimandi estetici. Rimandi che il film genera in una completa solitudine dei co-protagonisti, vedi l’uomo deforme ultimo. C’è molto stereotipo nel suo vissuto, un episodio in cui non si dà una reale interpretazione della protagonista verso un senso di trascendenza. Protagonista, che feconda solo generi di morte apparenti e non reali. La scelta di non affondare radici propriamente tragiche nei delitti, ci vede partecipi, ma lascia piccole considerazioni: ‘La donna è sola? È la solitudine a muovere i suoi gesti, oppure è una malattia psichica a muoverla e a motivarla’? È sempre di più la fotografia e la scelta delle location che sviluppano il senso della regia effettivo.
È un film che si autodetermina nei contenuti e lascia risultanti solo apparenti. Tutto vuole rimanere come anonimo. Anche se la bellezza della Johansson emerge fortemente, con un calo sotto lo sguardo attento del regista, che è diciamo fisiologico, andando verso la fine del film. Noi avremmo voluto che questa solitudine (estraneità alla vita) si fosse affermata sulla protagonista con una serie di giochi introspettivi sempre maggiori, che si rivelano solo dopo il cambio del leit motiv.
Il furgone abbandonato nella nebbia: ‘scena bellissima’. la porta in uno stato del tutto confusionale che emergendo dà molta forza alla protagonista. Il film dopo l’abbandono del furgone piega verso una fase di introspezione alla vita. L’uomo del bus che la corteggia e le chiede se ha bisogno di aiuto, registra un cambiamento, lei si lascia baciare, ma nella possibile fase d’amore scappa. Sono due uomini che incontra lasciato il furgone, l’uomo del bus e l’uomo nel bosco, che le parla di solitudine e che tenterà poi di stuprarla, come a giocare un cambiamento di genere e di ruoli.
Nel rifugio che poi incontra nel bosco c’è scritto, ‘questo è un rifugio per chi ne ha bisogno’. Qui doveva a nostro avviso finire il film, anche nel solo rannicchiarsi, addormentandosi, con una lunga scena di lei e forse una dissolvenza lenta dall’alto della casa.
Lei finalmente ha trovato rifugio dalla solitudine, su cui il film avrebbe dovuto incidere maggiormente. L’uomo che tenta di stuprarla rivelando poi il suo aspetto alieno (alcuni dicono) non ci interessa per nulla.
Il film sembra girato senza stacchi significativi, segue una sua logica e sembra rimanere come omologato al suo genere. È troppo uniforme, manca di lacerazione. Non ha senso ricomporre il film dentro una morale. La regia di Scarlett Johansson e la sua interpretazione valgono tutto il film. Scelte solo introduttive come il macro della formica sulle dita, andavano ampliate. Il perchè dell’agire della protagonista, in fondo non ci interessa molto e non è estrapolabile da un contesto che invece nel suo essere è diventato verso il finale quasi metafisico. Finale che rende il tutto davvero molto banale. Peccato, ma il valore del film può essere sicuramente fonte di ispirazione e dare molto da riflettere, grazie all’interpretazione magistrale di Scarlett Johansson.