Nelle sale dal: 2 aprile 2026
Voto 5
Recensione di: Stefano Priori
L’aggettivo ideale: Confuso
Che il film “Lo Straniero” di François Ozon, ambientato in Marocco, Tangeri, ma girato in una ipotetica Algeria, si riallacci alla visita in Algeria di Papa Leone, potrebbe rientrare nel Leit Motiv del film, è un caso. In una fotografia che non cede strada alla casualità, Manuel Dacosse, è per certi versi impeccabile specie negli interni bui del carcere che vedono entrare la luce calibrata, dal taglio estetico forte, a parte le scene viste dall’alto di Meraulte nel finale religioso in carcere solo, dove invece non lo sono affato specie nei bianchi. Così come la scenografia, la quale pecca solo nelle scene del mare, in una fotografia e regia non credibile dell’assassinio, con l’uso di un drone, che non ci convince nel suo uso cinematografico. Il film parte con l’annuncio della morte della madre in un telegramma, morte che rivela un protagonista anaffettivo, chiuso in un suo mondo fatto di boccate di sigarette date più per un senso di noia, che per opportunità di rilievo. La scelta estetica del film con la veglia e il funerale della madre risultano asciutte e interessanti, come poi quelle dell’approccio di Marie e Meraulte ai bagni, dove l’uso di un drone è mitigato dal movimento del mare, ma ci appare troppo scontato ancora. L’amore raccontato, tra Marie e Meraulte è l’aspetto più interessante del film. Girato in un formato televisivo 1,66:1 sembra adattarsi bene al centralismo delle immagini che il regista propone. Le inquadrature in reversal che giocano su campi e controcampi, non danno a intendere salti di campo effetivi, ma risultano molto al limite nel loro uso. Che il modo di girare del film affronti in molti aspetti, la destrutturalizzazione dell’ immagine cinematografica che risulta essere contro ogni regola, dell’aria di campo dello sguardo proponendo inquadrature sbilanciate in partenza, senza la necessaria aria destra camera e soggetto sinistra camera e viceversa. Queste inquadrature con stacchi e sequenze molto centralizzate violano le regole di composizione formale, con inquadrature tutte molto frontali e strette. Diciamo anche di difficile gestione nel montaggio, tuttavia ci incuriosiscono e ci fanno pensare, che il regista forse abbia uno stile suo, oppure no, se volute per caso o come scelta stilistica opportuna. La storia del film è per quanto si possa dire lacunosa. La scelta di un corpo palestrato poteva essere evitata. La recitazione minimale di Beniamin Voisin, Meraulte, ci convince in buona parte del film, per la poca attinenza recitativa voluta dal regista che in molti aspetti sembra funzionare davvero. La storia dopo l’assassinio e il processo che Meraulte subisce non ci interessa in alcun modo. Il finale, dopo essere stato preso non come un sogno, ma come rappresentazione scenica di una crocifissione, visionaria il Golgota, ancora meno. Il ripiombare nel rapporto con il padre spirituale risulta la parte più recitata dal protagonista davvero in malo modo, come una retrospettiva del suo calvario in cella prima della morte. In questa cella non ci sono argomentazioni strutturali che riconducano al modo in cui si sviluppa il film intero. Dopo aver portato via mezzo addormentato al Golgota dalla prigione Meraulte, in una visione, tutto è stilizzato in forme vuote e interessanti dal punto di vista scenografico, nel Golgota appunto, con la madre, che il regista ci propone. La vita però nell’approccio del film con Dio, vuole mostrarci di colpo la paura e il dramma di quella attesa, come un’anteprima densa di significati, che non ci convince proprio, sia dal punto di vista introspettivo, sia da una sceneggiatura che non lascia affiorare un approccio, sullo stile di tutto il film. Il livello anaffettivo dal non voler sposare Marie, perché sposarsi non ha un senso, avrebbe avuto necessità di una rappresentazione consona e di una recitazione con voce narrante forse, che avrebbe reso più autentico il personaggio rendendolo indifferente anche di fronte alla morte. La scelta tra il minimalismo, in cui il protagonista da’va’ voce in tutto il film al suo personaggio è deformata qui da un dialogo sceneggiato fuori dallo schema del film stesso. Diciamo allora che il film è un po’ confuso e il finale ci porta davvero fuori strada, senza riuscire nella sua banalità a far dialogare come lo è per tutto il film, i pensieri appena accennati di Meraulte. Un ipotetico rapporto con Dio nella parola evangelica, va oltre una visione realistica. Ci spiace di questo sbaglio di scelta, che avrebbe potuto sollevare invece lo stile del film in qualcosa di più interessante. Marie, Rebecca Marder è una scoperta interessante.
Stefano Priori